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Memoria Psicologia Lenti · 6 min di lettura

Perché si ripete? Capire la memoria nella demenza

Una coppia di persone anziane, sedute vicine, sfoglia insieme un album di vecchie fotografie in bianco e nero.

«Che ore sono? A che ora arriva il medico?» Glielo hai già detto. Cinque minuti fa, e anche prima. Rispondi di nuovo, con calma, ma dentro senti salire qualcosa: stanchezza, un filo di esasperazione, e subito dopo il senso di colpa per esserti irritata. Voglio dirti una cosa, da subito: tuo padre o tua madre non lo fa apposta. Non è capriccio, non è per metterti alla prova. È il modo in cui la malattia ha cambiato il funzionamento della memoria — e capirlo, davvero, cambia tutto nel modo in cui riuscirai a starci accanto.

Cosa succede nel cervello

La memoria non è un cassetto unico dove tutto entra e resta. È un processo a tappe: prima un’informazione viene trattenuta per pochi istanti, poi — se il cervello la “fissa” — diventa un ricordo stabile. Il regista di questo passaggio è una piccola struttura a forma di cavalluccio marino, l’ippocampo: è lui che prende ciò che accade adesso e lo trasforma in qualcosa che potrai richiamare domani.3

Nella malattia di Alzheimer l’ippocampo è tra le primissime aree del cervello a essere danneggiate.2 È come se la porta tra “ciò che sto vivendo ora” e “ciò che ricorderò” si fosse parzialmente chiusa. La domanda viene fatta, tu rispondi, la persona ti ascolta davvero — ma quella risposta non riesce a depositarsi. Pochi minuti dopo, per lei, non è mai stata data.

Perché i ricordi lontani restano e quelli di oggi no

Hai presente quel paradosso che ti spiazza? Tua madre ti racconta nel dettaglio il giorno del suo matrimonio, cinquant’anni fa, ma non ricorda di aver pranzato un’ora prima. Non è una contraddizione: è esattamente ciò che ci aspettiamo.

I ricordi di tanto tempo fa sono già stati “fissati” e archiviati altrove nel cervello, e per questo resistono molto più a lungo. Sono i ricordi recenti — quello che è successo poco fa — a essere colpiti per primi.1 Per questo la stessa domanda torna, identica: non è la memoria di una vita intera ad essersi spenta, ma proprio la capacità di registrare l’adesso.

Ogni volta che fa quella domanda, per lei è la prima volta. Non sta ripetendo: sta chiedendo di nuovo.

Non è testardaggine

Questa è forse la cosa più importante da portare con sé. Quando insistiamo — «te l’ho già detto», «me l’hai chiesto un attimo fa» — partiamo dal presupposto che il ricordo ci sia, e che la persona lo stia ignorando. Ma quel ricordo non è stato cancellato: non è proprio mai stato creato.4 Correggere o rimproverare, allora, non aiuta a “ricordare meglio”: rischia solo di generare confusione, imbarazzo e vergogna in chi non capisce perché lo stai riprendendo.1

È un cambio di sguardo che alleggerisce anche te: se smetti di leggere la ripetizione come un dispetto o una pigrizia, smetti anche di combatterla.

Spesso non cerca una risposta, cerca rassicurazione

C’è un secondo livello, ed è quello che fa davvero la differenza nella vita di tutti i giorni. Molte domande ripetute non nascono solo dal vuoto di memoria: nascono da un’emozione. Ansia, disorientamento, bisogno di sentirsi al sicuro. La persona può non ricordare cosa le hai risposto, ma conserva più a lungo la sensazione legata a quel momento.

Per questo gli esperti suggeriscono che spesso «ciò di cui ha bisogno è una risposta emotiva, più che una risposta ai fatti».5 Quando un genitore continua a chiedere «quando torniamo a casa?» o «dov’è la mamma?», sotto la domanda c’è spesso un’altra richiesta: fammi sentire al sicuro, dimmi che va tutto bene. Rispondere a quella domanda — con un tono calmo, un contatto, una presenza — placa molto più che ripetere l’informazione per la sesta volta. (Su come gestire frasi difficili come questa, c’è un articolo dedicato: «Voglio andare a casa»: come rispondere senza scontri.)

Cosa puoi fare, concretamente

Capire il meccanismo è il primo passo. Tradurlo nei gesti di tutti i giorni è il secondo. Qualche strategia che funziona, e che le associazioni di riferimento consigliano da anni:1

  • Rispondi con calma, come fosse la prima volta. Per lei lo è. Il tono conta più del contenuto: trasmette sicurezza anche quando le parole non si fissano.
  • Non correggere e non interrogare. Niente «ricordi chi sono?» o «te l’avevo detto». Offri tu il riferimento con naturalezza, senza far pesare il vuoto.
  • Cerca l’emozione sotto la domanda. Se c’è ansia, rassicura prima di spiegare. A volte un abbraccio chiude la domanda meglio di qualsiasi risposta.
  • Appoggiati a promemoria visibili. Un calendario grande, un orologio chiaro, una lavagnetta con gli appuntamenti del giorno, un biglietto sul frigorifero: spostare l’informazione “fuori” dalla memoria toglie a entrambi un po’ di fatica.
  • Tieni una routine stabile. Orari e gesti prevedibili riducono il disorientamento — e quindi anche il bisogno di chiedere di continuo.
  • Quando puoi, devia con dolcezza. Una foto, una piccola attività, una passeggiata: spostare l’attenzione spesso spezza il circolo senza scontri.

Un ultimo pensiero, per te

Ti sembrerà strano leggerlo in un articolo sulla memoria, ma la parte più difficile della ripetizione raramente è la domanda in sé: è la stanchezza di chi risponde, decine di volte al giorno, mentre prova a tenere insieme tutto il resto. Se a fine giornata ti senti svuotata o in colpa, non stai sbagliando — stai facendo moltissimo. Prenderti cura anche di te non è un lusso: è ciò che ti permette di restare presente nel tempo (ne parliamo qui: il burnout, l’esaurimento di chi si prende cura).

Capire perché succede è esattamente il primo passo del percorso con i familiari — il “Capire”, il primo dei quattro passaggi. Se senti che ti servirebbe qualcuno accanto, non solo per questa domanda ma per orientarti in tutto il resto, qui trovi i percorsi di accompagnamento. E se invece vuoi partire da qualcosa di semplice e gratuito, qui sotto trovi la guida ai primi passi.

Fonti

  1. Federazione Alzheimer Italia — Consigli utili: Memoria.
  2. Alzheimer’s Association (Italia) — Che cos’è la demenza.
  3. Manuale MSD, versione per i pazienti — Perdita di memoria.
  4. Alzheimer’s Society (UK) — Repetitive behaviour and dementia.
  5. Alzheimer’s Association — Repetition.
ⓘQuesto articolo è informativo e rivolto a chi si prende cura di un genitore. Non sostituisce il parere del medico o dello psicologo curante, né è una diagnosi o una terapia. Per la situazione specifica di tuo padre o tua madre, rivolgiti ai professionisti e ai servizi dedicati.

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Scritto da una psicologa iscritta all'Ordine, per chi si prende cura di un genitore dopo la diagnosi. Cosa aspettarti →

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