Psicologia LentiPer chi si prende cura
← Tutti gli articoli
Comunicazione Psicologia Lenti · 6 min di lettura

“Voglio andare a casa”: come rispondere senza scontri

Una figlia adulta tiene tra le sue le mani della madre anziana e la ascolta con attenzione, in un salotto dalla luce calda.

È sera. Tua madre è nel salotto in cui vive da trent’anni, eppure prende la borsa, si avvicina alla porta e dice: «Voglio andare a casa». Tu rispondi quello che verrebbe a chiunque — «ma sei a casa, mamma» — e succede l’opposto di quello che speravi: si agita, insiste, magari si arrabbia. Voglio dirti una cosa, da subito: non la stai facendo arrabbiare tu, e lei non è “fuori di testa”. Quella frase è una delle più comuni nella demenza, ed è quasi sempre la punta di qualcos’altro. Capire cosa c’è sotto cambia completamente il modo di risponderle.

”Casa” non è (sempre) la casa

Per chi ha una demenza, la parola casa spesso non indica quattro mura con un indirizzo. Indica una sensazione: sicurezza, calore, familiarità. A volte è la casa dell’infanzia, a volte un periodo della vita in cui tutto era più semplice. Capita perché la memoria recente si sgretola prima di quella lontana: la persona può “spostarsi nel tempo” e vivere, in quel momento, in un’epoca passata che per lei è perfettamente reale.1

Ecco perché tua madre può non riconoscere come “casa” il luogo in cui si trova: non è testardaggine, è il cervello che, in quel momento, non ritrova i riferimenti familiari — una sensazione che tende a intensificarsi verso sera.2

Sotto la frase c’è un’emozione

Se traduciamo «voglio andare a casa» in ciò che spesso vuole davvero dire, suona così: «non sono a mio agio, ho paura, sono confuso, aiutami».2 È una richiesta di rassicurazione, non un’informazione da correggere.

Per questo conviene chiedersi cosa l’ha innescata. Spesso dietro c’è un bisogno concreto o un disagio: stanchezza, fame, sete, dolore, oppure troppi stimoli intorno — più confusione fuori, più confusione dentro.2 Anche l’ora conta: nel tardo pomeriggio e di sera l’agitazione tende ad aumentare (è il fenomeno che in inglese si chiama sundowning).4

«Voglio andare a casa» raramente è una domanda di geografia. È una domanda di sicurezza: fammi sentire al sicuro.

Perché “ma sei già a casa” non funziona

Viene naturale ricorrere alla logica: spiegare, mostrare le foto alle pareti, dimostrare che questa è casa sua. Ma con una malattia che colpisce il cervello, ragionare e convincere di solito peggiora le cose: la persona diventa più insistente, più agitata, più spaventata.1 Non perché non ti voglia ascoltare, ma perché la stai invitando a una realtà che lei, in quel momento, non riesce a raggiungere. Riportarla “alla ragione” è energia sprecata.2

Tre modi per rispondere senza scontri

L’obiettivo non è vincere la discussione: è abbassare l’ansia. Tre mosse che funzionano:

  • 1. Valida l’emozione, non i fatti. Invece di negare (“non è vero, sei a casa”), riconosci come si sente: «Capisco, ti senti spaesata… sono qui con te, sei al sicuro». Accogliere l’emozione calma molto più che correggerla.1
  • 2. Rassicura, poi accompagna l’attenzione altrove. Dopo aver rassicurato, sposta dolcemente il discorso: chiedile della casa che le manca — «raccontami com’era, chi c’era». Spesso, sentendosi ascoltata, “dimentica” di voler uscire. Una tisana, una foto, una piccola attività insieme completano il passaggio.2
  • 3. Cerca (e togli) l’innesco. Ha fame, freddo, dolore, sonno? C’è troppo rumore o troppa gente? Riduci gli stimoli, tieni una routine prevedibile e accendi le luci prima che cali il buio: prevenire l’agitazione serale evita molte richieste.2,4

E se nulla la placa? A volte assecondare è la risposta più gentile: mettere il cappotto, fare un breve giro e rientrare. L’aver accolto il bisogno di “andare” spesso vale più di qualsiasi spiegazione.2

Un pensiero, per te

Sentirsi dire «voglio andare a casa» da chi è a casa, e magari da chi non sempre ti riconosce, fa male. Se a volte perdi la pazienza, non sei una figlia ingrata: sei una persona stanca che ci tiene. Anche imparare a rispondere senza scontri è una fatica — e si impara, un po’ alla volta.

Trovare le parole nei momenti difficili è il cuore del “Comunicare”, uno dei quattro passaggi su cui lavoriamo con i familiari. Se vuoi una mano — per questa frase e per le tante altre, come le domande che si ripetono — qui trovi i percorsi di accompagnamento. E se la giornata ti pesa addosso, leggi anche come riconoscere il burnout, l’esaurimento di chi si prende cura: contano anche le tue energie. Per partire da qualcosa di semplice, qui sotto trovi la guida gratuita ai primi passi.

Fonti

  1. Alzheimer’s Society (UK) — “I want to go home” – what to say to someone in dementia care.
  2. Rivista Cura — Quando l’anziano non riconosce la propria casa. Cosa fare?.
  3. Federazione Alzheimer Italia — Consigli utili: incapacità di riconoscere persone e luoghi.
  4. Alzheimer’s Association — Sleep Issues and Sundowning.
ⓘQuesto articolo è informativo e rivolto a chi si prende cura di un genitore. Non sostituisce il parere del medico o dello psicologo curante, né è una diagnosi o una terapia. Per la situazione specifica di tuo padre o tua madre, rivolgiti ai professionisti e ai servizi dedicati.

Psicologia Lenti

Scritto da una psicologa iscritta all'Ordine, per chi si prende cura di un genitore dopo la diagnosi. Cosa aspettarti →

Guida gratuita · PDF

La guida ai primi giorni

Tutti i passi di questo articolo, messi in ordine e pronti da seguire. La ricevi subito via email.

  • ✓Le prime pratiche spiegate in parole semplici
  • ✓Le 3 cose da non dire nelle prime settimane
  • ✓Le parole che hai sentito dal medico, spiegate una per una

Niente pubblicità, solo cose utili.

Continua a leggere

Articoli correlati